Un appartamento in un villino anni Venti a Bologna, dove interno ed esterno dialogano attraverso ampi affacci sul verde, un uso originale del colore, la scelta di stampe con motivi botanici che si rifanno alle ceramiche orientali e arricchiscono gli ambienti della casa.

A fine Ottocento il liberty venne introdotto a Bologna dalla Società Aemilia Ars, promossa dall’ imprenditore e letterato Alfonso Rubbiani. Nel 1889 il Comune varò un nuovo piano regolatore che prevedeva l’espansione della città oltre le mura medievali e fu Paolo Sironi, architetto di origine milanese, ad ottenere il permesso di edificare un nuovo quartiere a ridosso di via Saragozza, in un appezzamento di terreno da lui acquistato.

Ebbero così origine i cosiddetti villini floreali, abitazioni per l’alta borghesia della città, costruite a ridosso del centro in stile liberty, esempi di innovazione sia decorativa che costruttiva.

Il progetto di Sironi era quello di portare in Italia il modello della città giardino, realizzando una serie di edifici con uno stretto rapporto fra interno ed esterno, vista la presenza consistente di spazi verdi previsti nella pianificazione proposta.

Questo è il contesto in cui si colloca Villino Salvadori, realizzato nel 1921 da Ildebrando Tabarroni (ingegnere professore presso la facoltà di Ingegneria civile di Bologna), e sottoposto al restauro degli interni curato dallo studio d’architettura mpiug.

La riqualificazione ha interessato il piano nobile rialzato, il seminterrato ed il giardino del villino sopra citato, che si conforma per altezze alle abitazioni liberty confinanti ma che per linee esterne inizia già a mostrarsi più asciutto e razionale, precorrendo gli anni Trenta.

Procedendo dall’esterno verso l’interno, la sfida del giardino è stata quella di avere presenti e da conservare alberature di grandi dimensioni che non permettevano l’accesso della luce al terreno sottostante, se non in poche aree limitate dimensionalmente. In risposta a questo e assecondando la richiesta della committenza di avere una facile manutenzione, l’architetto Michele Malagoli ha optato per definire aiuole verdi abbracciate da un selciato inghiaiato che diventa connessione per tutto il cortile.

Ogni area delimitata da un verde fatto di diverse specie vegetali assume una distinta funzione: si susseguono una zona relax, uno spazio conviviale, un’area dedicata agli animali domestici ed una zona per desinare collocata sotto una pergola in ferro battuto che all’occorrenza si converte in ping pong.

Anche le piante aggiunte, tutte pet friendly, non sono casuali: esotiche ma resistenti ai nostri climi, ornamentali con richiami all’Oriente (rifacendosi agli interni) ed aromatiche per compiacere la passione dei committenti per la cucina.

In merito agli interni, la configurazione storica mostrava una distribuzione ben pensata e funzionale: doppio accesso all’appartamento attraverso una porta connessa ai vani di pertinenza condominiale ed una porta finestra in comunicazione con il giardino privato e poi su strada, una zona giorno su due livelli, la separazione della zona notte in due aree servite che garantivano agli inquilini libertà e riservatezza.
Per questo la planimetria ‘fortunata’ è stata rispettata, intervenendo limitatamente al fine di non intaccare la forma originale; si è potenziato così lo spazio cucina (che per i committenti rappresentava luogo di condivisione e convivialità), è stato aggiunto un bagno per gli ospiti accostato al living e si sono ripensate le toilettes delle due zone notte in base agli usi della nuova proprietà.

La sfida più grande per lo studio è stata quella di coniugare tecnologia e immagine, riuscire ad alloggiare le componenti impiantistiche che avrebbero potenziato l’efficienza dell’abitazione in una sagoma che già esisteva, senza intaccare finiture di pregio che dovevano essere conservate in quanto espressioni dell’identità dell’edificio.
Il precedente restauro aveva fatto uso infatti di materiali di pregio che oggi sarebbero difficilmente reperibili o onerosi da inserire nel progetto: pavimenti in massello di teak, porte e mobilio fisso a misura e su disegno (motivo alla ‘mackintosh’ ripetuto come pattern su ante ed inferriate esterne). Questi sono pertanto stati conservati e restaurati, non alterandone ne la configurazione ne la finitura anzi enfatizzandoli mediante l’uso del colore che è stato il vero protagonista dell’abitazione e focus di progetto.

Yingcai è un termine utilizzato in Oriente per identificare una porcellana cinese caratterizzata da una decorazione a smalti policromi tra i quali prevale il colore verde. La proprietà aveva espresso il desiderio di personalizzare gli ambienti attraverso l’uso del colore, sempre diverso, e questa parola ha definito per gli architetti il concept di progetto comprendendo l’essenza della storia del luogo e il desiderio della committenza.

Il verde non è presente in un’unica tonalità e non è l’unico colore: si alternano rosa cipria, azzurro polvere e avio, porpora, giallo citrino e blu zaffiro che permettono alla luce, altra attrice della casa, di generare sfumature intense sulle pareti entrando attraverso ampie superfici vetrate per poi riflettersi nel pavimento cerato.

Yingcai porta con se il principio di decorazione tanto caro allo stile liberty, il richiamo all’Oriente anelato dalla società dei primi decenni del Novecento, il colore verde che è il protagonista del giardino e che doveva entrare nell’abitato come da lascito di Sironi per le sue città giardino.